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venerdì 18 marzo 2011

Un pensiero di Guy Debord sul nucleare [grazie ad Alessandro Ettore Cimò]

Un pensiero di Guy Debord sul nucleare

Lo spettacolo non nasconde che l’ordine meraviglioso che ha istituito è attorniato da alcuni pericoli. L’inquinamento degli oceani e la distruzione delle foreste equatoriali minacciano il rinnovamento dell’ossigeno della Terra; il suo strato di ozono stenta a resistere al progresso industriale; le radiazioni di origine nucleare si accumulano in modo irreversibile. Lo spettacolo conclude semplicemente che ciò non ha importanza. Vuole discutere solo sulle date e sulle dosi. E, solo a questo proposito, riesce a tranquillizzare; cosa che una mente prespettacolare avrebbe giudicato impossibile.
I metodi della democrazia spettacolare sono molto flessibili, contrariamente alla semplice brutalità del diktat totalitario. Si può conservare il nome quando la cosa è stata cambiata segretamente (della birra, del manzo, un filosofo). Si può anche cambiare il nome quando la cosa è andata avanti segretamente: per esempio in Inghilterra la fabbrica di trattamento delle scorie nucleari di Windscale è stata indotta a chiamare Sellafield la località dove ha sede per meglio dissipare i sospetti, dopo un incendio disastroso nel 1957, ma questo trattamento toponimico non ha impedito l’aumento della mortalità per cancro e leucemia nei dintorni. Il governo inglese, come apprendiamo democraticamente trent’anni dopo, aveva deciso all’epoca di tenere segreto un rapporto sulla catastrofe che giudicava, non a torto, in grado di scuotere la fiducia che il pubblico accordava al nucleare. Le pratiche nucleari, militari o civili, hanno bisogno di una dose di segreto più forte che in qualsiasi altro campo, dove già, come è noto, ce ne vuole molto. Per facilitare la vita, cioè le menzogne, degli specialisti eletti dai padroni di questo sistema, si è scoperta l’utilità di cambiare anche le misure, di variarle secondo un numero maggiore di punti di vista, di raffinarle per poter giocare secondo i casi con parecchie di tali cifre difficilmente convertibili. Così, per calcolare la radioattività abbiamo a disposizione le seguenti unità di misura: il curie, il becquerel, il rontgen, il rad, alias centigray, il rem, senza dimenticare il facile millirad e il sivert, che non è altro che un pezzo da 100 rem. Tutto questo ricorda le suddivisioni della moneta inglese, così complesse che gli stranieri stentavano ad assimilarle, ai tempi in cui Sellafield si chiamava ancora Windscale.
Nel giugno 1987, Pierre Bacher, vice direttore tecnico della Società elettrica francese, ha esposto la più recente dottrina per la sicurezza delle centrali nucleari. Dotandole di paratoie e di filtri, diventa molto più facile evitare le catastrofi gravi, la fessurazione o l’esplosione dell’area, che colpirebbero una «regione» nel suo complesso. È il risultato che si ottiene a voler confinare troppo. È meglio, ogni volta che la macchina da segno di sfuggire al controllo, decomprimere lentamente, inondando una zona vicina di qualche chilometro, zona che sarà ogni volta estesa in modo molto vario e aleatorio dal capriccio dei venti. Bacher rivela che i prudenti tentativi compiuti a Cadarache, nella Dròme, nei due anni precedenti «hanno dimostrato concretamente che i rigetti — essenzialmente gassosi — non superano le poche unità per mille, alla peggio l’uno per cento della radioattività che domina nell’area». Il peggio resta quindi molto moderato: un uno per cento. Prima eravamo sicuri che non c’era alcun rischio, tranne in caso di incidente, logicamente impossibile. I primi anni di esperienza hanno cambiato tale ragionamento in questo modo: dato che l’incidente è sempre possibile, occorre evitare che raggiunga una soglia catastrofica, ed è facile. Basta contaminare volta per volta con moderazione. Chi negherebbe che è infinitamente più sano limitarsi per qualche anno a bere 140 centilitri di vodka al giorno invece di cominciare subito a ubriacarsi come tanti polacchi? È certamente un peccato che la società umana si scontri con problemi così scottanti proprio quando è diventato materialmente impossibile far sentire la minima obiezione al discorso mercantile; quando il dominio, proprio perché è dispensato dallo spettacolo da qual-siasi risposta alle sue decisioni e giustificazioni frammentarie o deliranti, crede di non aver più bisogno di pensare; ed effettivamente non sa più pensare. Per quanto il democratico sia inflessibile, non preferirebbe che gli avessero scelto padroni più intelligenti?
La conferenza internazionale di esperti tenuta a Ginevra nel dicembre 1986 verteva unicamente su un divieto mondiale di produzione di clorofluorocarbonio, il gas che da poco tempo, ma a un ritmo molto sostenuto, fa sparire il sottile strato di ozono che come forse si ricorda proteggeva questo pianeta dagli effetti nocivi dell’irradiazione cosmica. Daniel Verilhe, rappresentante della filiale di prodotti chimici di Elf-Aquitaine, incluso in tale veste in una delegazione francese fermamente contraria a questo divieto, faceva un’osservazione molto significativa: «Ci vogliono tre anni buoni per mettere a punto eventuali sostituti e i costi possono essere moltiplicati per quattro». Com’è noto, il fuggevole strato di ozono, a una tale altitudine, non appartiene a nessuno, e non ha nessun valore commerciale. Lo stratega industriale ha potuto così far misurare ai suoi avversa-ri tutta la loro inspiegabile incuranza economica, con questo richiamo alla realtà: «È molto rischioso basare una strategia industriale su imperativi in materia di ambiente». Quanti già da un pezzo avevano iniziato a criticare l’economia politica definendola «la negazione totale dell’uomo» non si erano sbagliati. La si può constatare da questa spiritosaggine.


grazie ad Alessandro Ettore Cimò

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