Poetry, above all!

venerdì 3 dicembre 2010

Grazie (per il DDL Gelmini) di Benny Nonasky

Grazie (per il DDL Gelmini)
di Benny Nonasky

Hanno legittimato la stupidità, l’ignoranza, la fuga. Hanno spinto giù da un burrone il diritto allo studio, al sapere, alla voglia di creare, di apprendere. Hanno sputato contro l’intelligenza, la ricerca, la cultura.

Chi siamo noi? Perché un giovane deve sentirsi umiliato dallo Stato che dovrebbe crescerlo e lodarlo?



Questa mattina in tutta Italia dei poveri disgraziati sono andati in giro per le città a gridare contro un muro alto talmente tanto da essere indifferente anche al sangue.

Questi tizi, questi ragazzi, oggi contro la neve, il freddo, hanno bloccato strade, stazioni, aeroporti, tangenziali, piazze e monumenti storici. Queste persone, questi umiliati, sono dei rivoltosi comunisti che non voglio studiare, che si divertono a prendersi bronchiti e febbre perché sono dei vandali che hanno solo voglia di creare subbugli e violenza. I bravi, quelli che possono permetterselo, stanno a casa.



Mi sono alzato alle 7 perché il mio cellulare mi ha tradito. Avevo messo la sveglia alle 5:30, è suonata alle 7. Di corsa mi son cambiato e sono corso dinnanzi a Palazzo Nuovo. L’incontro era alle 7, io ci sono arrivato alle 8. C’erano già in molti e come me in molti sono arrivati in ritardo. Eravamo davvero tanti. Siamo davvero dei cattivi ragazzi. Osservateci: gente delusa, stanca da giorni di proteste e occupazioni, di mangiare povero e consumato velocemente, di troppe sigarette e nottate a pensare a come organizzarsi per il domani. Guarda a quel tizio: sorride, ancora sorride. E pure quello accanto a lui stira le guance mostrando i denti. E quello dietro allora? E lei? Guarda che belle che sono, ridono e saltano e urlano il loro dolore, il loro dissenso contro questa violenza che il Governo ci sta procurando. Vedo tanti bambini come me che strascicano i piedi gelati e in ordine marciano verso le varie arterie e piazze di Torino. Blocchiamo per i nostri diritti e siamo dei monelli. Alcuni suonano il clacson, alcune anziane ci additano, in molti chiudono le auto e scendono a parlare con noi.



In questi giorni nel Palazzo occupato, se ti capitava di passare, vedevi molte persone sedute a studiare. Questi sono i ragazzi che non vogliono farlo, a detta di colui che ci governa.



Ho seguito alcune parti della diretta sul DDL, ho visto anche la votazione finale. Ho sentito un male cane ovunque, come se tutta la stanchezza di questi giorni fosse esplosa tutta d’un colpo. Ho seguito gli ultimi discorsi prima del voto e avrei voluto ridere per quanta ipocrisia e menzogna ci ho trovato; quanto disgusto ho provato quando a fine seduta c’è stato un semplice silenzio e poi via verso le nuove questioni da trattare (onore a noi studenti e ricercatori che, in questa lotta, non hanno schieramenti e appoggi fisici da questi politicanti da voto e precoce abbandono).

Invece non ho riso e ho pensato al domani, a quello che verrà. Ho chiuso la diretta e ho cominciato a vedere tutte quelle persone che si troveranno racchiuse in un cerchio nero a pensare “cosa farò? Dove andrò?” perché?”. Ho pensato al Sud, alla mia terra, a tutti quei ragazzi che, già con mille fatiche, non potranno più studiare e spostarsi e cercare di avere una visione e un’apertura diversa (perché come è stato detto anche da Mandela: una volta usciti e dopo essere tornati, scopri davvero quello che è il tuo paese e a cosa fare per esso). Ho pensato alle risate di Berlusconi e della Gelmini. Ho pensato a tutti quei mafiosi e baroni che resteranno alle loro poltrone a gestire le università. Ho pensato al nostro futuro, che come sempre viene compromesso e derubato.



Abbiamo perso? Devo scappare? Come vivo ora? E l’anno prossimo? E i miei sogni? Mio padre come farà a sostenermi ancora? Chi mi insegnerà quello che verrà tolto? Con quali risorse, una volta finita questa tragedia intitolata “Università”, potrò lavorare? Chi mi assicura una vita almeno felice?



Se qualcuno pensa che sia finita, mi dispiace non è così. Lo si sperava, ma Loro hanno chiesto ancora altri bambini cattivi pronti a scalare quel muro che li divide dalla libertà.

Lo sanno tutti, ci stanno prendendo per il culo. Ci stanno offendendo come nessun’altro paese ha mai fatto. Siamo delle cavie. Questa non è Democrazia, questa non è Repubblica.



Forse ci sarebbe molto altro da dire, ma la neve cade lenta e chissà per quanti altri giorni la vedrò soffermarsi su i miei abiti e su quelli dei miei compagni.



Un tempo, quando ero piccino, spesso mi vergognavo a dire di essere calabrese. Cresciuto ho appresso, capendo di non essere offeso dalla mia terra - lei non centra proprio nulla – ma da coloro che la governano e da quella grande maggioranza del popolo che tranquillamente e indifferente ci vive.

Ora posso dire che mi vergogno di dire di essere italiano, almeno che non sia un multimiliardario che va a letto con bambine, crea party e orge selvagge, che ha il monopolio delle tv di Stato, che ha il potere di potersi macchiare di crimini ed evitare processi, ecc. ecc. Forse in quel caso, mi sentirei fiero di essere italiano.



Lei sì, Sign. Presidente, che un bravo professore, che vuole bene ai suoi figli e al loro futuro. Pure lei Sign. Gelmini. Pure lei è davvero una brava madre, una di quelle che tutti i figli vorrebbero.

Fate proprio una bella coppia.

Anche il governo vi vuole talmente bene da non lasciarvi mai soli.

Quanto è adorabile il mio paese.




B.N.

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