Poetry, above all!

mercoledì 23 luglio 2008

"SIAMO TUTTI PINO MANIACI"

20 Luglio 2008
La storia di Pino che parlava ai sordi: "SIAMO TUTTI PINO MANIACI"

Diffondete, linkate, incollate pure l'intero post ma... diffondete.

Aderite con noi a “Siamo tutti Pino Maniaci” per dimostrare la vostra solidarietà verso un amico, uno dei più discussi giornalisti antimafia italiani e che il 18 Luglio ha subito un attentato incendiario.

Ci vuole un attimo, fate sentire che ci siete qui:

http://www.telejato.it/

Dategli la dimostrazione che il suo coraggio viene apprezzato da tutti.

* Note iniziali: I tengo na buatta... è il tormentone di un personaggio di una commedia di Eduardo de Filippo che a una qualsiasi domanda, invece di rispondere semplicemente con un sì o con un no, partiva con la storia della sua cara scatola di latta, che niente sembrava entrarci col discorso, per poi arrivare finalmente al punto. I Tengo na buatta è usata in questo caso per rappresentare la caratteristica fondamentale di chi oggi parla di qualcosa di scomodo, che siano essi giornalisti corrotti, politici o semplici cittadini.

Ma la cosa più importante.

Vi è mai venuta voglia di cambiare il mondo?

Forse il pensiero vi ha sfiorato per un istante ma poi vi siete accorti che la terra è troppo grande, la vita è troppo corta e la libertà è sempre troppo cagionevole per essere raggiunta e mantenuta. Così alla fine avete pensato di riassettare la vostra stanza per sistemare almeno quella parte di mondo che vi riguarda.

Perché (diciamo la verità), chi siamo noi per cambiare le cose?

FORSE NON SIAMO NESSUNO MA POTREMMO DIVENTARE QUALCUNO, POTREMMO DIVENTARE “TUTTI PINO MANIACI”.

Chi è Pino Maniaci? Ora ve lo spiego io.

I tengo na buatta…* e sta buatta si chiama Mafia, che è, in poche parole, una cosa che avviene quando si mischiano indifferenza e omertà.

No, forse posso spiegarvelo ancora meglio. Diciamo che la mafia è quello che succede quando si incontrano uno che sta zitto e un altro che non ascolta.

Vuol dire che comunicare è il primo passo per sconfiggere ogni mafia, che si stia parlando di camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita o cosa nostra. Non fa differenza, tanto, comunque le si chiamino, c’è sempre uno che si tappa le orecchie e uno con la bocca chiusa che ringrazia Dio per avergli dato almeno il naso, altrimenti pur di tenere le labbra serrate, quello sarebbe capace di morire asfissiato. In uno dei posti più silenziosi al mondo, un buffo personaggio di nome Pino Maniaci creò un giorno una Tv riesumando i resti di una vecchia emittente locale. Per l’incoscienza che porta gli eroi a non accorgersi di essere tali, Pino cominciò a rivelare alla gente che un gruppo di delinquenti chiamati “Fardazza” (nomea data alla famiglia mafiosa dei Vitale) stava ammazzando, derubando, terrorizzando ed estorcendo denaro a un intero paese.

Non è che in paese nessuno lo sapesse, ma era come la storia di quello che va dal medico e gli dice:

“Dottore, mi fa male qui quando lo tocco, che faccio?”

E il medico gli risponde: “Non te lo toccare!”

Quindi qual era il modo migliore di non farsi ammazzare per non aver pagato il pizzo? Che domande: pagare il pizzo.

I Fardazza per fare un dispetto a Pino gli bucarono le ruote della macchina, una cosa che facevo anch’io da bambino quando mi rimproveravano di fare troppo fracasso con il mio motorino che aveva una telaio di una Graziella e la marmitta di un Harley Davidson. Era bello il mio motorino, si chiamava El Charro, come l’adesivo che avevo attaccato al posto della marca, che di solito nei motorini dei miei amici era stampata dappertutto sulla carrozzeria anteriore. Scusate lo svolazzo, ma sono ricordi. Ora torniamo alla storia, che se dovessi chiamarla in un modo la chiamerei “La storia di Pino che parlava ai sordi”.

Dicevo: “I tengo na buatta…”.

L’indomani il baffuto conduttore e la figlia raggiunsero a piedi la loro redazione, accesero le telecamere e come se nulla fosse parlarono di un’ imprenditrice di nome Bertolino che aveva piazzato illegalmente una distilleria nel mezzo di un centro abitato inquinando per decenni, aria, fiumi e mare e rendendo una terra insalubre e inabitabile. Poi dissero che la regione e lo stato avevano taciuto su tutto e, finito il pezzo, si recarono dal gommista. I Fardazza cominciarono ad essere seriamente preoccupati, si chiesero chi fosse Pino Maniaci, da chi fosse stato mandato e per chi lavorasse. Scoprirono che quell’uomo non rappresentava nessuno, se per nessuno si intende ogni cittadino che si è rotto le scatole di stare zitto per dar voce a chi non ascolta.

Dissero: “Nessuno non può farci niente”, indossarono le loro coppole, la scupetta a tracolla e lisciandosi i baffi tornarono a casa sui carretti. Oggi il siciliano non è più così, ma nonostante la cultura combatta i luoghi comuni, io che scrivo sono del parere che il fascino vada in qualche modo salvaguardato.

"Nessuno", invece di far niente come pensavano i mafiosi, continuò così a parlare di pizzo, di omicidi, di soprusi, di corruzione e per questo fu preso a pugni e minacciato di morte da uno dei Fardazza, in pieno centro abitato, in pieno giorno. Ma vedete, in Sicilia c’è un Sole talmente forte e accecante che non è che si possa vedere sempre tutto. La gente cammina con gli occhi socchiusi e a malapena riesce a vedersi la punta delle proprie scarpe, figurarsi se si riesce a vedere le scarpe degli altri. Da questo il detto: “Ognuno si talii i so peri” (Ogni guardi i propri piedi).

Tornato dal pronto soccorso con la sua Fiat scassata, notando che le cinque stalle abusive dove il boss Vito Vitale teneva i suoi summit mafiosi erano ancora in piedi e in bella mostra sulle valli del paese, Pino Maniaci decise di filmarle e di denunciare la cosa alle autorità, facendo abbattere le stalle. Poi aprì una bancarella in Corso dei Mille e si mise a vendere Ray Ban. Aveste visto che belli i paesani di Pino, tutti con gli occhiali scuri in giro per le strade a salutarsi e a cantare Vitti na crozza. Sembrava di essere nel film Grease.

Ve lo ricordate?

Dicevo: “I tengo na buatta…”

I mafiosi hanno un codice. Se qualcuno parla troppo, prima di ammazzarlo lo si avverte bucandogli le ruote dell’auto, poi gli si rompono gli specchietti, poi gli si fa trovare un gatto morto sul parabrezza e poi gli si brucia la macchina. Questo è un codice che nella storia di cosa nostra ha creato non ben pochi problemi, credetemi. C’era un giornalista coraggioso in Sicilia che si chiamava Rostagno. Fumava la pipa, ma nonostante tutto amava camminare a piedi e qualche volta, in bicicletta. Lui ne diceva di cose contro la Mafia, rompeva le scatole a tutti ma: come fare a intimidire uno che non possiede una macchina? Dopo mesi di riunioni, i mafiosi trovarono la soluzione: regalarono al giornalista una Fiat Uno e… le diedero fuoco.

Ma Pino Maniaci non è naturalista e quindi con lui è stato tutto più facile. Una bella vampata e il 18 Luglio gli hanno dato fuoco all’auto. Che poi, diciamolo, non è che fosse un BMW. Camminava a malapena quel ferrovecchio.

Volete sapere come è andata a finire?

E’ finita che…

Vedete ragazzi, “i tengo na buatta” e sta buatta si chiama storia. La storia non è un libro illustrato sulla guerra come chiunque di noi che abbia frequentato almeno le elementari può pensare, ma è invece un insieme di azioni che, svolte giorno dopo giorno, portano ad un avvenimento che cambia le sorti del mondo. Così la scoperta del fuoco, l’abbattimento del muro di Berlino, le guerre mondiali, l’apartheid o la vostra nascita sono “storia”.

La storia la facciamo noi ogni giorno, volenti o nolenti, anche se non ci alziamo dal letto per un anno intero. Questa non è fatta solo di ciò che facciamo, abbiamo fatto e faremo, ma anche di mancanze, di azioni non svolte e di ciò che mai faremo. Così, se decideremo di non fare qualcosa o di farla, “La storia di Pino che parlava ai sordi” avrà un finale, qualsiasi esso sia. Sta a noi deciderlo.

Ma forse vi domanderete chi sono io per chiedervi di cambiare il mondo. Beh, ragazzi, se avrete un po’ di tempo ve lo racconterò.

Allora: “I tengo na buatta…”

Alessandro Cascio

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