Poetry, above all!

lunedì 14 luglio 2008

IL NOSTRO FANTASTICO, ECCEZIONALE, BEL PAESE!!!

File. File di bambini davanti alla camionetta della polizia, hanno le mani unte d’inchiostro, gli occhi stanchi. Fuori, all’aperto, oltre i confini del campo nomadi, mangiare un panino per strada è reato. Aprendo il giornale, uno qualunque, si legge «Finalmente i giudici potranno occuparsi di cose serie», le cose serie: «Terrorismo, violenza sessuale, violazione della Bossi Fini, mafia», equiparando, di fatto, l’immigrato senza permesso di soggiorno ad un mafioso. O ad uno stupratore. Basta che non hai un documento, che vieni giù in penisola ed oplà, il gioco è fatto. Ora, tutto questo non è un film di fantapolitica, ne tanto meno un romanzo di Dick; questa è la realtà, signori, la triste, sconfortante e imbarazzante realtà. Equiparare il “clandestino” al mafioso con naturalezza sconfortante è strano. Una paio di storie. C’è un ragazzo bangladese -occhiali da vista, paffuto, viso pacioccone- che lavora al benzinaio tutte le notti, uno di quelli che vi servono la benzina e allungano la mano verso di voi, chiedendovi qualche spiccio. Sono le tre di notte, il ragazzo è stanco, ha voglia di andare a dormire. Ma no, ecco passare l’ultima automobile. È nera, scura. Una bella macchina non c’è che dire. L’auto si ferma, il bangladese si avvicina al finestrino. Scende un uomo, poi altri tre. Lo guardano. «Ce l’hai i documenti?», gli chiede uno, quello che stava al posto guida. Il bangladese non risponde, non conosce bene l’italiano. Ma una parola l’ha imparata “documenti”. Fa no con la testa. «E il permesso di soggiorno? Ce l’hai il permesso di soggiorno?». Quando il ragazzo bangladese arrivò in Italia, ormai due anni fa, non pensava di essere un criminale. Credeva che qui, nel Belpaese, la vita gli sarebbe andata meglio, forse avrebbe potuto aprire una frutteria, forse un ristorante. Di certo non credeva di finire a fare il benzinaio, di notte, tra una prostituta e un pappone, in continua fuga dai poliziotti in borghese, alla ricerca di un documento che non arriverà mai. «No», risponde abbassando la testa. Perché avere il permesso di soggiorno, in Italia, è impossibile. Ma questo solo gli addetti al mestiere lo sanno, o chi legge tra le righe i pochi articoli di giornale che non fanno totalmente schifo. «Allarga le gambe»,gli dice uno. «Perché», prova a domandare il bangladese. «Polizia. Perquisizione. Allarga le gambe». Il ragazzo esegue gli ordini. Non è mai stato fermato dalla polizia. Nella testa scorrono veloci immagini di Cpt. Il poliziotto lo perquisisce, gli altri controllano. Poi l’uomo estrae il portafoglio dalla tasca dei jeans del ragazzo. Lo apre. Ci sono quattrocento euro. Sono i risparmi di tutto il mese. Duecento li dovrà mandare alla famiglia in Bangladesh. «Questi li teniamo noi», dice l’uomo guardando il ragazzo impaurito. Poi il gruppo sale in macchina. Il guidatore aziona la prima e l’auto fugge via. Il bangaldese rimane solo. Il giorno dopo, quando il benzinaio apre, il ragazzo è lì. Parla col padrone del distributore. La telecamera ha ripreso tutto. Il ragazzo è felice, ha le prove di essere stato rapito. Quelli non erano poliziotti, non gli hanno mostrato nessun documento, sono scappati con i soldi. Nel filmato si nota bene la targa del veicolo. Può incastrarli. Ma poi ci pensa, riflette un attimo. Lui è clandestino, non può andare in questura. E nessun altro può farlo per lui, vedrebbero il video, chiederebbero informazioni. No. Il furto non può essere denunciato.

Un altro caso. C’è un treno. C’e un ragazzo magro. Non prende spesso i mezzi pubblici, ha paura dei controlli che sta effettuando la polizia. controlli a tappeto, come dice Alleanza nazionale per farsi bella. Ma oggi è un giorno particolare, il ragazzo è stato invitato a pranzo in campagna da un amico italiano, l’uomo per cui fa il badante. Quindi, perché no, basta paranoie. Il ragazzo è seduto, guarda dal finestrino il paesaggio che scorre, sonnecchia. Una voce lo sveglia improvvisa, «Biglietto». Il ragazzo estrae il ticket, lo mostra. Il poliziotto davanti a lui lo fissa. «Documenti», dice. Il ragazzo no ha documenti, è clandestino. Mostra però una ricetta e una medicina, deve consegnarla al suo datore di lavoro, il vecchio amico per cui fa il badante. Il poliziotto lo intima «Alla prossima fermata scendi con me». Il ragazzo non è mai stato bloccato dalle guardie. Sa cosa fanno a quelli come lui, ai criminali che hanno peccato, varcando il confine. S’immagina incastrato tra le sbarre, in cella, accanto ai peggio tossici d’Italia, oppure assieme ad un assassino. Il cuore prende a pulsargli all’impazzata, seguendo il suono del treno che sbatte sui binari. Le mani gli sudano. Ha paura. Il mezzo si ferma, il poliziotto lo guarda. Il ragazzo si alza, sentendosi un condannato a morte. Scende le scale piano, poi si ferma. Il poliziotto lo scruta, «Ti è andata bene», dice, «Porta le medicine al vecchio». Il ragazzo rimane immobile. Terrorizzato. L’hanno lasciato andare. Ma non è questo il punto. Il giorno dopo inizia a sentirsi male, legge molti giornali, sa molte cose. Quelli come lui sono considerai criminali, i mass media italiani, tutti, lo dicono. Il ragazzo non lo sopporta. Quindi si sente male. La mente riversa sul corpo lo stress, la tensione. È convinto di avere un infarto, va dal medico (anche i clandestini hanno diritto a cure mediche), fa gli accertamenti e non gli viene riscontrato nessun male. Solo stress.

Un’ultima storia. C’è un lavavetri. Pulisce i vetri sulla Colombo, una strada di Roma molto trafficata. Lui è uno di quegli odiosi omini neri neri che ti scocciano. Si avvicina alla tua macchina, sorride con quello sguardo da fesso, ti chiede se può pulirti il vetro. A te rode il culo, non c’è dubbio. Stai facendo tardi al lavoro, fa un caldo bestia, stiamo a metà luglio, e c’è quest’omino che continua a batterti la pulizia del vetro perfetto. Ma tu, se vuoi farti pulire il vetro, vai dal benzinaio, dove ci sono altri omini neri, ma legali, che te lo sciacquano per neanche cinquanta centesimi. Fa caldo, è tardi. L’omino davanti a te bagna il tuo fantastico vetro. Lo odi. Cosa fai? Azioni il tergicristallo per tagliargli le dita, così si impara a rompere il cazzo. L’omino scorre dietro, prova con un’altra macchina. “E’ no”, pensa il guidatore “non ce l’hai fatta con lei e ‘mo provi con me!?!”, così, l’italiano, accelera, preme il tasto dell’acceleratore e fa per metterlo sotto. Non è una storia inventata eh. Potete osservarla in tutta Italia, ad ogni semaforo. Fantastici connazionali tagliadito, o provetti acciaccaimmigrato. Il lavavetri, nel frattempo, continua il suo percorso tra le macchine. Sotto il sole di luglio, con un caldo asfissiante e neanche un centesimo in tasca.

L’Italia, italiani, è un bel paese dimmerda. Il razzismo, ormai prassi istituzionale, viene perpetuato dal cittadino in maniera del tutto legittima. Uno Stato che permette tutto questo non è uno Stato, è un soggetto criminale. Uno Stato che si macchia di un crimine atroce, che condanna centinaia di persone ad una vita di fuggiasco, che premia i delinquenti, quelli veri, e che distrugge tutti gli altri; uno Stato che condanna un derubato a non denunciare il suo furto, un immigrato ad ammalarsi di malattie immaginarie, non è uno Stato. È merda. Uno Stato che condanna milioni di persone che hanno commesso il crimine terribile di varcare un confine scritto nelle cartine non è uno Stato, è merda. Uno Stato che umilia, criminalizza, deride un essere umano non è uno Stato, è merda. Uno Stato che propone di prendere le impronte ai bambini rom non è uno Stato, è merda. Uno Stato che incita le masse all’odio e si para il culo con leggi a persona non è uno Stato, è merda. Uno Stato che vuole i militari nelle strade delle città non è uno Stato, è merda. Infine, un popolo come quello italiano non è un popolo, è merda, ché permette ai razzisti al Governo di governare. Un popolo senza speranze, condannato a vomitarsi addosso tutto lo schifo che produce.

Simone - INsensINverso
http://www.insensinverso.org/

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